Baloji in lingua swahili significa stregone. Fedele al destino inscritto nel suo nome, con “Kinshasa Succursale” mette in piedi un’operazione che è al contempo magica, esplorativa, identitaria: l’urgenza di riconnettere i fili con le proprie ancestrali radici e attraverso esse ridisegnare il proprio futuro; lui, nato a Kinshasa, ma cresciuto in Belgio dall’età di 4 anni. In principio doveva essere un lavoro su commissione in cui, direttamente in Congo, rileggeva il suo disco di debutto “Hotel Impala”. Presto però, a contatto con talenti vecchi (Zaiko Langa Langa) e nuovi (Konono N°1), Baloji scopre il sapore re-iniziatico di quella ricerca che, nelle sue stesse parole, più che un back to the roots, assume sempre più il profilo di un back to the future. S’innamora della rumba congo-zairese (sintomatica l’apertura affidata al brano simbolo dell’indipendenza, Independance Cha-Cha), delle sue caleidoscopiche chitarre elettriche, della duttile poliritmia dei balafon, delle vibrazioni mantriche del piano a pollice. L’insieme è sorprendente e colorato, e coniuga abilmente il suo idioma di riferimento (rap), con la ricchezza ritmico-strumentale della tradizione. Su tutto, la strepitosa combination coi Konono (Karibu Ya Bintu), ma c’è anche spazio per un omaggio a Marvin Gaye (I’m Goin’ Home), naufrago dell’anima, proprio come lui, approdato per caso ad Ostend nel 1981. Già pubblicato un annetto fa da una label minore, oggi ristampato dalla lungimirante Crammed, sicura di aver trovato nel suo roster una nuova gallina dalle uova d’oro. (Mauro Zanda)