Pekos/Yoro Diallo + Bougouni Yaalali + Daouda Dembele (Yaala Yaala)

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Jack Carneal è un batterista alternative country che ha suonato nei Palace Brothers. Nel 1999, stregato da alcuni musicisti maliani (Ali Farka Toure, Salif Keita, Toumani Diabate), decide di recarsi a Bougouni per capirne qualcosa di più. Lì scopre che molti di quei musicisti “internazionali” non sono affatto adorati in patria, e che la gente del posto preferisce di gran lunga gli anonimi artisti delle cassette illegali. Jack si innamora perdutamente di quel suono ridotto all’osso, vi sente la stessa attitudine DIY del folk, country e blues delle origini con cui è cresciuto. Una volta tornato a casa inonda amici e colleghi dei suddetti bootlegs, fin quando l’etichetta per cui incide (Drag City), colta dallo stesso raptus, decide di affidargli una label unicamente dedita alla diffusione di questa «music made by malians for malians». Dischi a dir poco spartani, senza titoli, senza autori, senza un briciolo di attenzione per i livelli del suono. Delle tre uscite, la raccolta “Bougouni Yaalali” è di gran lunga la cosa migliore; sia perché è l’unica registrazione sul campo effettuata dal nostro, sia per la varietà e qualità delle musiche che mette in mostra. Che, essendo registrate nella regione Wasulu (regione fortemente radicata nella tradizione della casta dei cacciatori/guaritori) ruotano prevalentemente attorno al kamalengoni, il liuto dei giovani introdotto dal governo mussulmano negli anni ’50 per disinnescare almeno parzialmente l’appeal pagano del dozongoni, il liuto sacro dei cacciatori. Uno strumento magico e intrinsecamente funky, capace di generare linee ritmico-melodiche fulminanti e soprattutto di innescare distorsioni inebrianti, spesso amplificate da una miriade di sonagli applicati sulla cassa di risonanza. Interessante anche il primo disco, anch’esso centrato attorno al kamalengoni (elettrificato e amplificato in maniera assurda), che però, fuori da ogni tentazione poetica, risulta essere il bootleg del bootleg di un bootleg, per di più infarcito di una selva di feedback fuori controllo (vedi l’elettrificazione di cui sopra). Ultimo in ordine di apparizione e interesse, il disco accreditato al griot Daouda Dembele, una sola traccia di 42 minuti di pessima qualità che si risolve in un’interminabile litania per jelingoni, il liuto della tradizione bambara con cui i cantastorie mandè accompagnano da secoli l’esercizio della promulgazione orale. (7) (8) (5)
(Blow Up, Luglio-Agosto 2007)

Hedzoleh Soundz “Hedzoleh” + Sweet Talks “The Kusum Beat” (SoundWay/Family Affair)

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Due dischi seminali e perduti della fervente scena ghanese dei primi ‘70. Anni in cui i musicisti west-african – via USA – si riappropriavano con orgoglio delle proprie radici afro per innestarle spericolatamente su un impianto dance moderno. Il quasi omonimo disco degli Hedzoleh Soundz altro non è che la versione originale, senza tromba, del ben più noto “Masekela – Introducing Hedzoleh” del ’74, dove il celebre trombettista sudafricano presentava al mondo occidentale il combo ghanese. Una fusione di highlife, jazz e ritmi tradizionali, con un orecchio rivolto alla melodia e l’altro alla spiritualità animista. Non dissimile, con accenti meno jazz e più danzerecci, il secondo disco dei Sweet Talks, anno domini 1974. Basterebbe la strepitosa foto di retro-copertina per amarli: 11 africani sulla spiaggia con una ciambella di salvataggio al collo! Ma sono ovviamente i suoni a conquistare, al contempo ingenui e sfrenati. Qui siamo in territori afro-rock, genere dei ’70 che più che al rock guardava all’energia disco e ad un’effervescente mistura di strumenti elettrici e percussioni. Cuore della faccenda, i ritmi della tradizione nord-occidentale, riveduti e corretti per il pubblico delle discoteche che, oggi come allora, in Ghana coincidono soprattutto con gli hotel di lusso. It’s highlife time babe! (7) a entrambi
(Blow Up, Giugno 2010)

Sierra Leone’s Refugee All Stars “Rise & Shine” (Cumbancha/Family Affair)

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Passaggio cruciale nella carriera degli ex rifugiati divenuti d’improvviso star musicali. Secondo disco con mega-produttore (Steve Berlin) registrato tra Freetown e New Orleans; della serie: lascia o raddoppia. Il risultato a conti fatti somiglia ad un pareggio, ma di quelli che contano: la crew sierraleonese non snatura affatto il suo contagioso stile west-african, ma per aumentare l’appeal verso il pubblico Nord-Occidentale arrotonda e pulisce un po’ i suoni. Il tempo dirà se la scelta darà loro ulteriore spinta commerciale, quello che è certo è che il disco è una gran bella conferma. Berlin si dimostra rispettoso dell’identità del gruppo, inserisce ad arte inserti acustico/percussivi, proprio mentre la band sposta l’accento con forza sul repertorio reggae, in una formula che non dimentica mai radici highlife e palm wine. Dalle ceneri della guerra civile, allo splendore dello stardom internazionale. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)

Richy Pitch “Ye Fre Mi” (BBE/Audioglobe)

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Panoramica sull’emergente miscela Hiplife ghanese realizzata dal produttore inglese Richy Pitch. Il nostro ha chiamato a raccolta la crema delle voci hiplife, un genere il cui nome sottende l’urbanità dell’hip hop e la tradizione highlife, ma che in definitiva, si risolve sovente in una versione locale dello stile ragga giamaicano. La differenza in questo caso è che i beat di Pitchy, per quanto calibratissimi, sono comunque plasmati da un europeo: a volte la sintesi risulta virtuosa, garantendo più varietà di quanto offrano di solito le produzioni hiplife locali; altrove però il tocco extra-africano si sente tutto, e finisce un po’ per annientare la caratteristica roughness delle produzioni dance africane. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)

“Ayobaness! The Sound Of South African House” (Out Here/Goodfellas)

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Interessantissimo excursus nei suoni della scena house post-kwaito sudafricana – nota anche (grazie al brano simbolo del mentore Mujava) come Township Funk. Ayoba, nello specifico, è un’espressione gergale utilizzata nei sobborghi di Johannesburg e sta per ‘eccitazione’; l’house delle township, a pochi giorni dagli attesissimi mondiali di calcio, sembra infatti incarnare perfettamente questo rinascimento artistico e culturale. Bassi distorti, voci tribali, atmosfere super-party, synth fantasiosi e invenzioni ritmiche a iosa. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)

“Comfusões1 – From Angola To Brasil” (Out Here/Goodfellas)

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Ora che il teletrasporto del remix è prassi comune, non deve sorprendere un’operazione del genere: produttore brasiliano (Mauricio Pacheco) che disseppellisce la musica pop angolana dei ’60 e ’70 e l’affida al lifting dei suoi colleghi. Intenzione più che nobile: rivendicare una continuità stilistica e culturale che va ben al di là del comune idioma portoghese. La sintesi, però, non sempre va a bersaglio. Tra le cose migliori, Artur Nunes Vs. Mario Caldato Jr., Ciros Cordeiro Da Mata Vs. Moreno Veloso e Bonga Vs. Kassin e Berna Ceppas. (6/7)
(Blow Up, Giugno 2009)

Takana Zion “Rappel à l’Ordre” (Makafresh)

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Torna il protetto guineano di Tiken Jah Fakoly, aspirante alfiere del nuovo conscious-reggae africano. Assieme a lui, di nuovo, il produttore rasta Manjul, francese del quartiere Barbès, folgorato sulla via di Bamako. Se il debutto aveva mostrato spiragli di luce interessanti ma anche una sostanziale acerbità, è incoraggiante ritrovare oggi un artista cresciuto e risolto. Più sicuro nella voce, più incisiva la scrittura, meglio prodotti e arrangiati i brani. I riferimenti, come ovvio, sono più che altro giamaicani, ma lo stile afro a tratti graffia in tutta la sua orgogliosa diversità, tra excursus linguistici (soussou e malinke) e musicali (qua e là si affacciano anche gli strumenti tradizionali). Con due special guest come Victor Démé (Reggae Donkili) e Winston McAnuff (Jah Kingdom) a rappresentare appieno il roster di casa Makasound, senza alcun dubbio, una delle etichette europee più stimolanti in fatto di (nuovo) reggae. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2009)

“Ililta! New Ethiopian Dance Music” (Terp/Goodfellas)

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Finalmente! Dopo esserci strafogati di vecchie Ethiopiques, dopo aver amato gli ibridi di Dub Colossus e Mulatu & Heliocentrics, era ora che qualcuno aprisse una finestra anche sui suoni ‘dance’ dell’Etiopia contemporanea. Merito ancora una volta dello sperticato amore di Terry Ex e la sua Terp. Dopo la fine della dittatura (1991) ci è voluto un po’ alla musica pop etiope per rialzare la testa, con la casta dei cantastorie (azmari) messa persino fuorilegge. Dopo un periodo di tastieracce, vocoder e ciarpame new global, ecco però affacciarsi una nuova generazione di musicisti che, in egual misura, guarda ai suoni della tradizione e a quelli da dancefloor. Ritmi gurage, wollo, gondar, oromo, si sposano con strumenti e canti tradizionali, ma anche coi beat moderni del produttore Mesele Asmamaw, figura di riferimento dell’intera scena. Musica unica, diversa, uplifting; che neppure nella sua veste più ludica smarrisce mai l’irrequietezza di fondo. Quella stessa che, oggi come ieri, attraversa la musica popolare etiope segnandone l’irriducibile alterità. (8)
(Blow Up, Giugno 2009)

“Fangafrika – La voix des sans-voix” (CD+DVD Stay Calm!/Egea)

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Ortodossa ma non per questo poco originale la scena rap ouest africain (rigorosamente francofona) rappresentata su quest’eccellente “Fangafrika”, cofanetto con libro a colori di 96 pagine, un dvd a dir poco curatissimo e un notevole cd. Il documentario calca forse un po’ la mano sulla continuità tra ex-schiavi e cultura hip hop (che come ben sappiamo contiene elementi tanto pre-moderni quanto post-moderni), certo è innegabile però che in una cultura fortissimamente orale, il rap rappresenti almeno un fenomeno di naturale evoluzione del linguaggio. Dentro troviamo tutti i big, il filosofo Awadi, già fondatore dei pionieri senegalesi Positive Black Soul, il collettivo femminile ALIF, la dissidenza dei Tata Pound da Bamako, fino al mentore della scena burkinabé, Smokey e i giovani alfieri Faso Kombat. Proprio il Burkina Faso e il suo popolare festival “Waga Hip Hop” fanno da punto di raccordo dell’intera scena, attraverso l’aggiunta in coda di un pezzo targato Ouaga All Starz che chiude nel migliore dei modi un’operazione di per sé straordinaria. (8)
(Blow Up, Giugno 2008)

“Black Stars – Ghanas Hiplife Generation” (Out Here)

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L’ottima Out Here, label di Monaco attualmente senza distribuzione italiana, torna sul luogo di sempre: raccontare l’esplosione della scena afro-urbana, il fenomeno musicale di gran lunga più importante emerso nel continente madre negli ultimi anni. Stavolta focus puntato sul Ghana, già culla di uno dei generi tradizionali dell’Africa Subsahariana, l’Highlife, oggi patria di questa mistura al fulmicotone denominata Hiplife, che ingloba appunto hip hop, highlife, ma anche dosi massicce di reggae e dancehall. Uno stile particolarmente finalizzato alle piste da ballo, pieno di trick west-african e ritmi uptempo. Se superate il mal di testa vi resteranno nelle gambe e nel cuore l’ultima sensazione di Accra, King Ayisoba e il suo inconfondibile Kolgo  a due corde, il best-seller Ofori Amponsah, il decano Reggie Rockstone (il primo a rappare 10 anni fa nell’idioma locale Twi) e l’idolo pan-africano Tic Tac, autore del tormentone Kangaroo. (7)
(Blow Up, Giugno 2008)