Fred Fisher Atalobhor “African Carnival” (Vampi Soul/Goodfellas)

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1972 circa il giro di boa cui fa riferimento la doppia raccolta dedicata al cantante e trombonista Fred Fisher. Materia dal piglio decisamente global, afro-funk-disco-rock che guarda al successo planetario di Osibisa e Manu Dibango senza però dimenticare (troppo) stilemi e ritmiche tradizionali. Quello che emerge è soprattutto la padronanza degli arrangiamenti, la brillantezza smaliziata dei ganci melodici. L’approccio, anche nei suoni, ricorda molto certe cose giamaicane d’annata, dai Maytals a Byron Lee passando per il periodo rockers di Sly & Robbie. Insomma, easy ma irresistibilmente festaiolo. (8)
(Blow Up, Maggio 2009)

Nneka “No Longer At Ease”(Yo Mama’s/Family Affair)

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Nativa del Delta del Niger ma trasferitasi ad Amburgo all’età di 19 anni, Nneka Egbuna è il classico frutto multiculturale di questo scorcio di secolo: orgogliose radici afro nell’immaginario, ritmica black anglofona (hip hop, reggae, r&b) e ammiccante confezione pop. Più che alle immancabili citazioni di Fela e Marley, la sua musica sembra guardare a India.Arie e Lauryn Hill (o la connazionale Asa), esempi di voci black femminili capaci di tenere assieme la più dolce ballad (elettro)acustica con improvvise asperità ghetto-style, il tutto dentro un quadro vocazionale da universalismo afro. Ecco, questo continuo parlare d’Africa forse stride un po’, specie rispetto ai suoni, totalmente occidentali; ma la ragazza è dotata di buona stoffa, e l’apertura degli show per quel marpione di Lenny K rischia seriamente di trasformarla in un’icona pop nera. (6/7)
(Blow Up, Maggio 2009)

“Nigeria 70 – Lagos Jump” (Strut/Audioglobe)

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Forte delle autorevoli note interne dello scrittore inglese con residenza ghanese John Collins, la Strut torna a scandagliare in profondità i tesori nascosti della Nigeria 70. E di nuovo, è pura meraviglia di voci, ritmi e suoni. Ce n’è per tutti i gusti, dall’indolente stile ghanese di Ashanti Afrika Jah, alle occhiate latine di Olufemi Ajasa, dall’afro-psycho-funk di Peter King all’Afrobeat da battaglia di Dynamic Africana. Impossibile restare indifferenti dinanzi all’inventiva delle linee di basso, l’opalescenza modulare delle chitarre, i fiati solenni, i ritmi secchi e singulti. Oltre il totem schiacciante del presidente Fela, fotografia vivida di una scena in piena esplosione, tra l’orgoglioso retaggio autoctono e l’inarrestabile contagio del beat internazionale, ovviamente speziato e africanizzato secondo le inimitabili regole della casa. (7/8)
(Blow Up, Maggio 2008)

Mulatu Astatke “Mulatu Steps Ahead” (Strut/Audioglobe)

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È certamente vero che quel titolo auto-incensatorio il vecchio Mulatu se l’è conquistato sul campo: quasi mezzo secolo d’invenzioni, profumi liminari e fusioni alchemiche, suggellati infine nel visionario incontro con gli Heliocentrics. L’aspettativa era dunque altissima: Mulatu of Ethiopia tornava ad incidere a suo nome dopo 20 anni. Eppure, a cose fatte, quello che ci troviamo dinanzi è un disco che contraddice il suo stesso titolo, intrappolato in uno sguardo a ritroso che fatica sostanzialmente ad accendere la luce. In realtà, seppur in misura minore, il ricorso al repertorio passato era già avvenuto in “Inspiration Information”. Solo che stavolta, lontano dalla prospettiva psichedelica di Catto e Ferguson, sorretto per lo più dalla sola Either Orchestra di Boston, la sua creatura inafferrabile e misteriosa finisce per planare su sentieri decisamente più ordinari. Arrangiamenti addomesticati, produzione smooth, levigature rassicuranti. La scrittura inquieta di Mulatu trova qui una pace che non sembra appartenergli e che, anzi, finisce in qualche modo per depotenziarne la gamma espressiva. Non mancano tuttavia tocchi e graffi d’autore: il fluire liquido di Assosa, basato su un tradizionale dell’omonima tribù dell’Etiopia Nord-Occidentale; l’ansiosa febbre ethio-latina del vecchio classico I Faram Gami I Faram; le sorprendenti scale diminuite del Sud Etiopia, messe in bella mostra nella conclusiva ed esoterica Derashe. Senza dubbio piacevole e interessante, forse poco però per giustificare quel titolo altezzoso. (7)
(Blow Up, Aprile 2007)

“Guinèe 70 – The Discotheque Years + Senegal 70 – Musical Effervescence” (Discograph/Self)

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Tornano a brillare i tesori grezzi dell’Africa post coloniale nell’impareggiabile collana “African Pearls”. Stavolta riflettori puntati su Guinea e Senegal del decennio Settanta, rispettivamente alle prese con la svolta discotheque e mbalax. Vale a dire: tradizioni, negritude e authenticitè che ridefiniscono se stesse dinanzi alla marea montante delle sonorità elettriche e moderne. Con le sottili ma sostanziali differenze stilistiche e politiche dell’uno e dell’altro paese: abbondanza di fiati e chitarre febbricitanti nella Guinea del fervente socialista Sekou Toure, passione cubana e influenze funky per il Senegal del poeta Sédear Senghor. Maniacale al solito la cura dei dettagli: scalette impeccabili, foto che commuovono per la straripante joie de vivre dei protagonisti e corposi booklet in doppia lingua ricchi di aneddoti e approfondimenti musicali. Ci sono proprio tutti: dalle più prestigiose orchestre nazionali della Guinea (Bembeya Jazz e Horoya Band), ai gruppi che hanno rivoluzionato la tradizione senegalese (Orchestra Baobab, Star Band e Etoile de Dakar); ma la cosa divertente è che spesso sono proprio i gruppi sconosciuti a lasciare di più il segno. Sconcertanti l’inventiva, la perizia tecnica ma, soprattutto, la capacità di fondere in qualcosa di unico e nuovo le mille influenze che sempre attraversano la musica africana. Occhio agli scettici: tra questi solchi potrebbero passare fonti inesauribili d’ispirazione anche per la nostra musica contemporanea. (8/9) e (8)
(Blow Up, Aprile 2009)

“Black Man’s Cry – The Inspiration Of Fela Kuti” (Now-Again/Goodfellas)

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Fedele alla sua recente vocazione altermundista, Egon assembla un’interessante raccolta a tema che vuole documentare l’incredibile e sorprendente influenza che il Presidente Nero dell’afrobeat ha esercitato nel tempo e nello spazio. All’interno di un elegantissimo digipack con note di suo pugno, l’alter-ego di casa Stones Throw ci porta per mano tra prodromi nigeriani e discepoli caraibici e colombiani, in un percorso appassionato che finisce per tirar dentro anche certi gruppi contemporanei (Whitefield Brothers, Daktaris…) che hanno lavorato con successo sul raccordo James Brown/Fela Kuti. Inutile dire che le cose più sfiziose arrivano dall’emisfero afro-latino dei primi ‘70, la meno studiata delle matrici felakutiane ma, a ben guardare, una delle più esplicite negli esordi: ecco allora alcune cover in stile cumbia (che poi, come scrive il fisarmonicista Leandro Meza, altro non è che “un mix di lamenti indios e tamburi negri”) ed altre affidate invece alle scintillanti steel drums di Trinidad, forse entrati a contatto col virus afrobeat attraverso l’unico disco di Fela ‘marketizzato’ allora fuori confine, quello dal vivo con Ginger Baker. Peccato solo che il materiale davvero ‘esotico’ reperito da Egon si fermi qui; avesse potuto fare a meno delle cose nigeriane e americane, la raccolta avrebbe avuto un profilo formidabile. (7/8)
(Blow Up, Marzo 2010)

“Afro-Rock vol. 1″ (Strut/Audioglobe)

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Ristampa (+ bonus track) di una delle primissime raccolte di questo genere. Pubblicata su una piccola indie label al principio del 2001, nell’arco di un solo anno “Afro-Rock” finì fuori catalogo per lo scorno degli appassionati. Ora di nuovo disponibile in tutto il suo splendore, forte di una tracklist potentissima che assembla oscuri gruppi in prevalenza East Africans, più o meno riconducibili ad un sottogenere (Africa+DiscoRock+strumenti elettrici) che furoreggiò letteralmente in Europa e Usa durante tutti gli anni ’70. Pur nei suoi momenti più ingenui, qui come sopra, colpisce soprattutto la spericolatezza e lo spensierato azzardo delle idee (8).
(Blow Up, Marzo 2010)

“Nigeria Special vol. 1 e 2″ (Sound Way/Family Affair)

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I due focus Sound Way sulla Nigeria fanno riferimento all’avvento sulla scena del solito Fela e allo standard che allora impose tra le big band: non più la soulfunk mania (da James Brown a Otis Redding passando per Geraldo Pino e Wilson Pickett) che aveva dominato l’area west-african anglofona durante tutti gli anni ’60, ma una musica più complessa e militante che in qualche modo riannodava i fili con le proprie radici africane, ritmiche e filosofiche. Oltre alla versione originale in 7” di uno dei pezzi più esplosivi del primo Fela (Who’re you?), si alternano un pugno di sconosciuti tra cui spiccano Godwin Omabuwa & His Casanova Dandies, più i soliti ottimi Orlando Julius e Segun Bucknor (7). Più interessante il volume 2, che si smarca dagli improbabili cloni di Fela per raccontare invece gli ultimi sospiri dell’Highlife moderno nigeriano. Roba totalmente dimenticata o fuori catalogo da 35 anni, rimessa assieme con la perizia e l’amore di un restauratore di antiquariato. Vecchi jazz e blues autoctoni cantati in yoruba, igbo, bini e ijaw, suonati con l’indolenza caraibica propria di quel macro-genere di origine ghanese. Con la ciliegina del remake igbo di Peanut Vendor¸ classico cubano senza tempo (8).
(Blow Up, Marzo 2010)

Badara Seck “Farafrique” (Officine Meccaniche Music)

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Griot senegalese di etnia wolof, già da diversi anni figura di spicco della scena africana a Roma, Badara Seck è cantante colto e virtuoso che ha studiato presso il conservatorio di Dakar e ha già incrociato lungo il suo cammino italiano figure ‘istituzionali’ come Massimo Ranieri e Mauro Pagani. Proprio quest’ultimo l’ha ‘adottato’ artisticamente portandoselo nei suoi studi milanesi. Il risultato è un disco ricco e convincente, pieno di belle canzoni e strumentisti straordinari, appena indebolito da un paio di arrangiamenti da ancien régime della world music. Poco male, potrebbero funzionare da passepartout per il grande pubblico; altrove l’album sceglie sentieri acustici e tradizionali dalla ritmica serrata, con gli antichi cordofoni che s’intrecciano ai potenti talking drums, e la sua voce allucinata e profetica che si staglia imperiosa a suggellare i suoni. Con lo stesso Pagani ospite (Djamu) alla voce, bouzuky e tastiere, e il prodigioso Baba Sissoko a maramaldeggiare ngoni e tamani nel brano manifesto (Mali Senegal) di un disco dalla forte vocazione panafricana. (7)
(Blow Up, Marzo 2010)

The Souljazz Orchestra “Rising Sun” (Strut/Audioglobe)

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Orchestra di Ottawa già nota per le seducenti elaborazioni di certo funk meticcio degli anni ’70 (da Fela Kuti alla Fania), torna oggi in pista con un deal nuovo di zecca, oltre che una gamma di suoni più ampia che in passato. Stavolta anche molto jazz sotto la lente d’ingrandimento, ovviamente trattato secondo una sensibilità spiccatamente afro-oriented. Ecco allora succedersi omaggi ethio-jazz al nuovo compagno di scuderia Mulatu Astatke (Negus Negast), complesse partiture ritmiche di matrice guineana (Mamaya), numeri che profumano di misticismo (Consecration), più un’ispirata cover in coda (Rejoice) di un classico di Pharoah Sanders. Se non dimenticano il sanguigno retroterra funk, l’apertura cosmica non può che giovargli. Anche dal vivo. (7)
(Blow Up, Marzo 2010)