Torna a casa, Baba Sissoko l’“italiano”. Non che sia la prima volta, ma nell’occasione realizza un’idea da tanto accarezzata: incidere con la madre, fonte musicale della sua infanzia. Una colonna sonora espressa da canti cullanti, nel cui abbraccio è bello addormentarsi oppure vivere i rituali eterni della comunità. Il disco restituisce al meglio il clima dell’evento familiare. Suoni secchi e spogli, non per questo poveri e monotoni. L’incedere degli ngoni sospinti dalle percussioni (tama, calebasse) e le portentose evoluzioni del soku, il violino a una sola corda sfruttato con il massimo del virtuosismo da Zoumana Téréta, producono il contesto migliore al canto libero e rigoglioso di Djeli Mah Damba Koroba. Un’emissione vocale affascinante nella sua ferma semplicità, così metaforicamente potente da indurci a riflettere su ciò che conta davvero nella vita. Piercarlo Poggio
Secondo album solista per il talento senegalese lanciato in Francia dall’entourage di Amadou&Mariam. La formula dell’esordio – urban reggae declinato secondo un’intrigante combinazione di folk’n’blues africano – trova stavolta una messa a fuoco piena e, crediamo, definitiva. Le canzoni sono tante e rigogliose, i suoni si dispiegano dolci e maligni attorno a chitarre reggae-rock e beat new-roots (invero un po’ demodé); Lëk canta sulle ali di un’ispirazione tracimante. Tutto possiede un suo intrinseco equilibrio: urbano, acustico, tradizionale, cantautorale. Gli ospiti sono quelli giusti al posto giusto (il rap affilato come una lama del ghanese Blitz The Ambassador in Jaam, la voce mooolto Marley di Clinton Fearon in Maney); anche il mood alterna stati d’animo con dosaggio mirato. Un disco dalla vocazione pop, ben arrangiato, che mette in risalto la poderosa grana vocale di questo giovane leone di Ngor, erede designato nel reame afro-reggae, per troppi anni sotto il dominio assoluto della diarchia ivoriana Alpha/Tiken Jah. Mauro Zanda
“Jama ko” significa letteralmente: gran raduno di gente. Perché la risposta al dolore della guerra e all’occupazione integralista, sembra suggerire Bassekou, passa soprattutto attraverso una pacifica festa in musica: da sempre l’assoluto asse portante nella complessa fisionomia etnica e religiosa maliana. Registrato durante i giorni del colpo di stato, tra interruzioni d’energia e improvvisi coprifuoco, il disco mostra un Kouyate desideroso di attaccare la spina e alzare drasticamente il volume: mai come in questo terzo disco, infatti, il suo antico liuto bambara vira su territori elettrici ed effettati. Il canovaccio resta però quello classico: pura meraviglia mandingo/bambara neo-tradizionale, magie vetero-blues suonate in maniera tecnicamente sbalorditiva e arrangiate secondo uno schema (per noi) inconsueto. Più canonica ma di sicuro effetto la combination atlantica con Taj Mahal e Mocky Salole (Poye 2); meglio però quando gli ospiti locali aiutano il nostro ad immergersi nella carne viva e misterica della sua stessa tradizione: la diva di Timbuktu Khaira Harby, certo, ma soprattutto l’ineffabile Zoumana Tereta; musicista dalla voce quasi primordiale, che ha il merito di donare tensione ed intensità ad un disco, viceversa, troppo spesso affidato alla salmodiante Amy Sacko (per la cronaca: sua moglie). Menzione speciale infine per l’ultima generazione Kouyate presente all’appello, i piccoli Madou e Moustapha. Neanche a dirlo, allo strumento di famiglia n’goni. Mauro Zanda

Ordinaria amministrazione afro-reggae nel nuovo Alpha Blondy, come sempre attraversato da un suono che poggia l’accento sulle tastiere e le chitarre rock, contraltare classico alle sue prediche/invettive. Al di là della cover furba e guascona di I Shot The Sheriff (che qui diventa J’ai tué le commisaire, con tanto di auto-citazione nel successivo verso “mais pas le Brigadier”, a richiamare uno dei suoi primissimi cavalli di battaglia, Brigadier Sabari), si segnala la presenza del giamaicano Beenie Man nell’iniziale Hope e, soprattutto, del suo acerrimo nemico interno Tiken Jah Fakoly – artista reggae ivoriano con lui diviso su tutto – finalmente pacificati nella programmatica Reconciliation, unione simbolica per un paese che sta provando a fatica a ripartire, dopo anni di guerra civile e laceranti divisioni etnico/religiose. Mauro Zanda
Noise jazz e pop etiope hanno da tempo costituito un asse disturbato e fertile tra Africa ed Europa. A debuttare su quella rotta è ora questo combo francese guidato dal chitarrista Damien Cluzel, vecchia conoscenza della collana Ethiopiques. Ed è proprio il direttore di quella meritoria impresa discografica, Francis Falceto, il motore dell’incontro tra il combo transalpino e il cantante Asnaqé Gèbrèyès, stella di Addis Abeba che va a nozze con i ritmi nevrotici, le corde distorte, le botte di calore punk e la propensione free della formazione nel cui curriculum brillano collaborazioni con Paolo Fresu e la Amsterdam Klezmer Band. La furia non impedisce alla forma canzone di prendere il potere nelle piacevoli Bèlomi Bènna, Etu Gèla, Sènaderé e Mèla Mèla. Ethiopian crunch music è il risultato finale. Paolo Ferrari
La musica di Ballaké Sissoko si esprime come fosse una parola in moto perpetuo, classica e cangiante. Si basa su antiche melodie della tradizione manding, è vero, ma lo fa per estendere meglio il suo campo di applicazione, arricchendosi costantemente di influssi nuovi. Dopo il clamoroso successo di “Chamber Music”, poetico dialogo “da camera” tra cordofoni classici (la sua kora e il violoncello di Vincent Segal) sarebbe stato semplice e redditizio allestire un sequel. Ma Ballaké non crede nelle scorciatoie: «Non voglio rifare “Chamber Music”, ma iscrivermi piuttosto nella sua continuità.» Ecco allora di nuovo Vincent Segal a bordo, ma stavolta in veste di produttore. La strumentazione resta minimale – senza trucchi di produzione, né sovraincisioni – con un paio di chitarre (una a 12 corde), balafon e il redivivo violoncello, che si riaffaccia su Kabou. Il focus è sulla spontaneità, l’orizzonte – come da titolo – guarda lieve verso lidi di pace interiore e serenità cosmica. Con annesso omaggio bahiano al Luis Gonzaga di Asa Branca. Mauro Zanda
“Wait For Me” è disco di dolce e rara bellezza, che (appena distribuito in Italia) merita la massima visibilità anche se la sua pubblicazione risale addirittura a maggio. Stef Kamil Carlens, ex co-fondatore della leggenda dell’indie-rock belga dEUS, da qualche anno anima questa strana congrega di esploratori denominata prima Moondog Jr., poi (vista l’indisponibilità di Louis T. Hardin, titolare del prestigioso marchio di fabbrica) Zita Swoon (che significa desiderio intenso). Dopo un viaggio in Burkina Faso che gli ha cambiato la vita, Stef ha cominciato a tessere un dialogo non solo musicale con la cantante Awa Deme e il balafonista Mamadou Diabate Kibie. Un dialogo che ben presto ha finito per by-passare il semplice scambio interculturale, trasformandosi in uno di quei miracoli di fusione capaci di lasciare senza fiato. Folk-blues d’antan arrangiato in maniera sublime, ricco di una timbrica strumentale meticolosa e geniale (balafon, banjo, chitarra resofonica, cocktail drums, organo, percussioni e glockenspiel) Click here to read more.. »
Già autentico culto della blogosphera hipster (The Fader e dintorni), il leonino di residenza americana Janka Nabay arriva infine al debutto su lunga distanza, nientemeno che attraverso il prestigioso e trasversale marchio “world” di David Byrne. Difficile immaginare il pubblico adulto della Luaka Bop alle prese con questa diavoleria afro in salsa psycho-indie; più facile forse prevedere il suo incontenibile successo nei club alternativi di mezzo mondo: perché a fare la differenza sono ritmiche e attitudine, entrambe decisamente storte. Prendete la frenesia plastica del progetto Shangaan Electro e proiettatela in una scenografia più sofisticata e distorta, dal sottile retrogusto newyorkese. Accanto a lui, infatti, i fantomatici Bubu Gang, al secolo parte di Skeletons e Gang Gang Dance, rodati attraverso infuocate jam nei più vivaci club cittadini. Janka canta maligno in lingua krio e temne, alternando gli idiomi nativi ad incursioni in inglese e arabo. La Bubu Gang, da par suo, pigia il tasto sui tamburi e le tastiere (che replicano in maniera sintetica i flauti in bamboo della tradizione omonima), lasciando alle chitarre il compito di disegnare fondali metafisici e metropolitani. Trattasi in origine di musica rituale, funzionale all’accompagnamento delle cerimonie di stregoneria pre-islamica, poi felicemente riadattatasi nel successivo contesto musulmano (in particolare nelle processioni del Ramadan). Click here to read more.. »

Ad appena 76 anni – con 65 anni di musica alle spalle e quasi un centinaio di concerti disseminati lungo quest’ultimo frammento di viaggio condiviso con gli amici olandesi della Terp – il ‘Negus del sax’ ha sentito nuovamente il bisogno di tornare in studio di registrazione; beninteso, per stupirci e meravigliarci ancora. Il titolo significa “In memoria del Leone”, e se il vecchietto non fosse ancora così splendidamente in forma, suonerebbe come un ultimo, appassionato testamento musicale. Un disco diverso dal precedente, capace di mettere in luce la componente più vulnerabile e profonda del ‘Charlie Parker Etiope’: Getatchew suona nel più suadente e malinconico tezeta mood, sorta di visionario blues Etiope, ancora padrone di un fraseggio estremamente nitido, oltremodo espressivo, al contempo fragile e vigoroso. Soli struggenti si alternano ad up-tempo presi in prestito dai canti guerrieri shellèla, vero e proprio marchio di fabbrica del vecchio leone. A coronare la celebrazione in vita, un cd extra contenente materiale raro e storico (si va dall’Orchestra Haile Selassie, 1960, ad un più recente ma non meno sfizioso live registrato assieme agli Ex al Festival di Montreaux), più un corposo booklet di 40 pagine zeppo di foto meravigliose, comprese quelle di Matias Corral, solo uno dei tanti artisti desiderosi di fornire il proprio omaggio (gratuito) ad uno degli ultimi giganti musicali in terra. Mauro Zanda
Tornano gli autentici pionieri del rinascimento afrobeat, e dopo anni di peregrinazione anacoretica, arrivano finalmente a casa: Daptone. Attorno all’etichetta/quartier generale di Brooklyn ruota infatti questo straordinario combo multietnico votato al culto felakutiano da tempi non sospetti. Messa da parte la parentesi più sonica del precedente lavoro (con John McEntire in cabina di regia), l’Antibalas Afrobeat Orchestra torna all’ortodossia originale del verbo, tanto nella ritmica che negli arrangiamenti. Via anche gli amati vezzi nuyoricani, stavolta c’è solo spazio per la pura ebbrezza afrobeat. Mai Martin Perna e soci erano suonati tanto filologici come ora: a tratti sembra mancare solo la voce di Fela per chiudere la magia, ma ben si comporta il nigeriano Amayo, maestro di Kung Fu Shaolin nonché principale vocalist del gruppo. Un’integrità radicale, per certi aspetti politica, che va di pari passo con l’enorme qualità della sua forma musicale. Mauro Zanda