In questa sezione trovi articoli e recensioni sulla musica e l’attualità africana. Buona lettura!
Nato a Ngor, un villaggio di pescatori a nord di Dakar, Lëk Sèn incarna al meglio la nouvelle vague dei giovani artisti africani. Già parte del collettivo senegalese SSK – noto in patria per una intrigante commistione di funk, rap e dancehall style – a fine 2010 lancia la sua carriera solista su un impianto acustico dal sapido respiro folk’n’reggae. Coadiuvato dal team di produzione parigino Dirty District, il giovane cantante senegalese tiene in “Burn” tutto perfettamente sotto controllo, cavalcando con equilibrio pop e underground, malinconia in minore ed esplosioni di contagiosa festosità. Un approccio legato tanto alla forma canzone che al ritmo, che ha trovato nei suoi infuocati live parigini un passa parola inarrestabile. Ora finalmente anche in Italia!
Venerdì 21/10 MILANO – Arci Biko
(Via Ettore Ponti 40)
Sabato 22/10 ROMA – Angelo Mai
(Via delle Terme di Caracalla 55)

Per la prima volta in Italia, lo sciamano togolese del funk voodoo!
Peter Solo è un personaggio letteralmente straordinario. Cresciuto a pane, funk e voodoo, in pochi anni trasforma la sua passione autodidatta per la chitarra in una pratica virtuosa che finirà per farlo suonare al fianco di giganti come Miriam Makeba e Papa Wemba. Dopo il clamoroso successo in patria, decide nel 1999 di trasferirsi a Londra, dove svilupperà l’originale stile vocale. Poi nel 2003 sceglie la Francia, sua attuale patria adottiva, dove dà vita al supergruppo Kakarako, formazione mista comprendente musicisti africani, francesi e sudamericani. Una band dal groove esplosivo e febbricitante (veterani dei festival di mezzo mondo) che trova nella dimensione live la sua forma espressiva congeniale.
Venerdì 23/9 MILANO – Arci Biko
(Via Ettore Ponti 40)
Sabato 24/9 ROMA – Angelo Mai
(Via delle Terme di Caracalla 55)

In occasione della XXXVI edizione del Festival Internazionale Musica dei Popoli (Firenze, 30 settembre – 5 novembre), la F.L.O.G., in collaborazione con Regione Toscana e Comune di Firenze, promuove un concorso per solisti e gruppi di musica africana tradizionale e moderna residenti in Italia. Requisiti dei partecipanti: Il concorso è rivolto ad artisti africani emergenti nel campo della musica etnica di matrice africana che risiedono in Italia. Sono ammessi anche gruppi musicali misti, composti sia da musicisti africani che di altre nazionalità.
Modalità di partecipazione: Click here to read more.. »
Jack Carneal è un batterista alternative country che ha suonato nei Palace Brothers. Nel 1999, stregato da alcuni musicisti maliani (Ali Farka Toure, Salif Keita, Toumani Diabate), decide di recarsi a Bougouni per capirne qualcosa di più. Lì scopre che molti di quei musicisti “internazionali” non sono affatto adorati in patria, e che la gente del posto preferisce di gran lunga gli anonimi artisti delle cassette illegali. Jack si innamora perdutamente di quel suono ridotto all’osso, vi sente la stessa attitudine DIY del folk, country e blues delle origini con cui è cresciuto. Una volta tornato a casa inonda amici e colleghi dei suddetti bootlegs, fin quando l’etichetta per cui incide (Drag City), colta dallo stesso raptus, decide di affidargli una label unicamente dedita alla diffusione di questa «music made by malians for malians». Dischi a dir poco spartani, senza titoli, senza autori, senza un briciolo di attenzione per i livelli del suono. Delle tre uscite, la raccolta “Bougouni Yaalali” è di gran lunga la cosa migliore; sia perché è l’unica registrazione sul campo effettuata dal nostro, sia per la varietà e qualità delle musiche che mette in mostra. Che, essendo registrate nella regione Wasulu (regione fortemente radicata nella tradizione della casta dei cacciatori/guaritori) ruotano prevalentemente attorno al kamalengoni, il liuto dei giovani introdotto dal governo mussulmano negli anni ’50 per disinnescare almeno parzialmente l’appeal pagano del dozongoni, il liuto sacro dei cacciatori. Uno strumento magico e intrinsecamente funky, capace di generare linee ritmico-melodiche fulminanti e soprattutto di innescare distorsioni inebrianti, spesso amplificate da una miriade di sonagli applicati sulla cassa di risonanza. Interessante anche il primo disco, anch’esso centrato attorno al kamalengoni (elettrificato e amplificato in maniera assurda), che però, fuori da ogni tentazione poetica, risulta essere il bootleg del bootleg di un bootleg, per di più infarcito di una selva di feedback fuori controllo (vedi l’elettrificazione di cui sopra). Ultimo in ordine di apparizione e interesse, il disco accreditato al griot Daouda Dembele, una sola traccia di 42 minuti di pessima qualità che si risolve in un’interminabile litania per jelingoni, il liuto della tradizione bambara con cui i cantastorie mandè accompagnano da secoli l’esercizio della promulgazione orale. (7) (8) (5)
(Blow Up, Luglio-Agosto 2007)
Due dischi seminali e perduti della fervente scena ghanese dei primi ‘70. Anni in cui i musicisti west-african – via USA – si riappropriavano con orgoglio delle proprie radici afro per innestarle spericolatamente su un impianto dance moderno. Il quasi omonimo disco degli Hedzoleh Soundz altro non è che la versione originale, senza tromba, del ben più noto “Masekela – Introducing Hedzoleh” del ’74, dove il celebre trombettista sudafricano presentava al mondo occidentale il combo ghanese. Una fusione di highlife, jazz e ritmi tradizionali, con un orecchio rivolto alla melodia e l’altro alla spiritualità animista. Non dissimile, con accenti meno jazz e più danzerecci, il secondo disco dei Sweet Talks, anno domini 1974. Basterebbe la strepitosa foto di retro-copertina per amarli: 11 africani sulla spiaggia con una ciambella di salvataggio al collo! Ma sono ovviamente i suoni a conquistare, al contempo ingenui e sfrenati. Qui siamo in territori afro-rock, genere dei ’70 che più che al rock guardava all’energia disco e ad un’effervescente mistura di strumenti elettrici e percussioni. Cuore della faccenda, i ritmi della tradizione nord-occidentale, riveduti e corretti per il pubblico delle discoteche che, oggi come allora, in Ghana coincidono soprattutto con gli hotel di lusso. It’s highlife time babe! (7) a entrambi
(Blow Up, Giugno 2010)
Passaggio cruciale nella carriera degli ex rifugiati divenuti d’improvviso star musicali. Secondo disco con mega-produttore (Steve Berlin) registrato tra Freetown e New Orleans; della serie: lascia o raddoppia. Il risultato a conti fatti somiglia ad un pareggio, ma di quelli che contano: la crew sierraleonese non snatura affatto il suo contagioso stile west-african, ma per aumentare l’appeal verso il pubblico Nord-Occidentale arrotonda e pulisce un po’ i suoni. Il tempo dirà se la scelta darà loro ulteriore spinta commerciale, quello che è certo è che il disco è una gran bella conferma. Berlin si dimostra rispettoso dell’identità del gruppo, inserisce ad arte inserti acustico/percussivi, proprio mentre la band sposta l’accento con forza sul repertorio reggae, in una formula che non dimentica mai radici highlife e palm wine. Dalle ceneri della guerra civile, allo splendore dello stardom internazionale. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)
Panoramica sull’emergente miscela Hiplife ghanese realizzata dal produttore inglese Richy Pitch. Il nostro ha chiamato a raccolta la crema delle voci hiplife, un genere il cui nome sottende l’urbanità dell’hip hop e la tradizione highlife, ma che in definitiva, si risolve sovente in una versione locale dello stile ragga giamaicano. La differenza in questo caso è che i beat di Pitchy, per quanto calibratissimi, sono comunque plasmati da un europeo: a volte la sintesi risulta virtuosa, garantendo più varietà di quanto offrano di solito le produzioni hiplife locali; altrove però il tocco extra-africano si sente tutto, e finisce un po’ per annientare la caratteristica roughness delle produzioni dance africane. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)
Interessantissimo excursus nei suoni della scena house post-kwaito sudafricana – nota anche (grazie al brano simbolo del mentore Mujava) come Township Funk. Ayoba, nello specifico, è un’espressione gergale utilizzata nei sobborghi di Johannesburg e sta per ‘eccitazione’; l’house delle township, a pochi giorni dagli attesissimi mondiali di calcio, sembra infatti incarnare perfettamente questo rinascimento artistico e culturale. Bassi distorti, voci tribali, atmosfere super-party, synth fantasiosi e invenzioni ritmiche a iosa. (7/8)
(Blow Up, Giugno 2010)
Ora che il teletrasporto del remix è prassi comune, non deve sorprendere un’operazione del genere: produttore brasiliano (Mauricio Pacheco) che disseppellisce la musica pop angolana dei ’60 e ’70 e l’affida al lifting dei suoi colleghi. Intenzione più che nobile: rivendicare una continuità stilistica e culturale che va ben al di là del comune idioma portoghese. La sintesi, però, non sempre va a bersaglio. Tra le cose migliori, Artur Nunes Vs. Mario Caldato Jr., Ciros Cordeiro Da Mata Vs. Moreno Veloso e Bonga Vs. Kassin e Berna Ceppas. (6/7)
(Blow Up, Giugno 2009)